
4) Polibio. La religione instrumentum regni.
    Pur considerando la religione popolare solo un utilissimo
strumento per tenere il popolo sottomesso, Polibio proprio per
questo ne d un giudizio positivo.
Storie, sesto, 56 (vedi manuale pagina 192).
    I Romani hanno inoltre concezioni di gran lunga preferibili
nel campo religioso. Quella superstizione religiosa che presso gli
altri uomini  oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito
lo Stato: la religione  pi profondamente radicata e le cerimonie
pubbliche e private sono celebrate con maggior pompa che presso
ogni altro popolo. Ci potrebbe suscitare la meraviglia di molti;
a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando
alla natura del volgo. In una nazione formata da soli sapienti,
sarebbe infatti inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poich
la moltitudine  per sua natura volubile e soggiace a passioni di
ogni genere, a sfrenata avidit, ad ira violenta, non c' che
trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono
per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza
ragione presso le moltitudini la fede religiosa e le superstizioni
sull'Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di
eliminarle ai nostri giorni. Inoltre, a prescindere da tutto il
resto, coloro che amministrano in Grecia i pubblici interessi, se
viene loro affidato un talento, nonostante il controllo di dieci
sorveglianti, di altrettanti suggelli e del doppio dei testimoni,
non sanno conservarsi onesti; i Romani invece, pur maneggiando
nelle pubbliche cariche e nelle ambascerie quantit di denaro di
molti maggiori, si conservano onesti solo per rispetto al vincolo
del giuramento; mentre presso gli altri popoli raramente si trova
chi non tocchi il pubblico denaro, presso i Romani  raro trovare
che qualcuno si macchi di tale colpa

 (Polibio, Storie, Mondadori, Milano, 1970, volume secondo, pagina
133-134) .

